La ricetta in un racconto

Tutte le sere, dopo avere consumato una cena degna di un re mettevo le infradito ai piedi, facevo le dovute raccomandazioni a Nica e Pititto, afferravo il sacchetto della spazzatura ed uscivo dopo essermi accertato che tutte le finestre fossero chiuse per evitare che quei due uscissero di soppiatto. Loro, sornioni come sempre, avevano dovuto accettare senza possibilità di replica la mia scelta di trasferirsi a Palermo per un periodo di tempo non ben definito. Sono dei nomi buffi, vero? Nica (piccola) perché quando l’ho adottata era un minuscolo batuffolo peloso e Pititto (appetito) per via di quella sua voracità che ultimamente sta però subendo un’inversione di tendenza. Sapevo che a Milano sarebbero rimasti in buone mani, ma non volendomi separare dai miei due gatti avevo deciso che li avrei portati con me. Una volta gettata la spazzatura nel primo cassonetto che trovavo, inserivo il jack dell’auricolare nell’ingresso del cellulare, posizionavo quest’ultimo dentro la tasca posteriore degli shorts, selezionavo la playlist da YouTube e intraprendendo ogni volta un percorso diverso mi dirigevo verso il mare. Da queste parti è tutto differente, ripetevo costantemente a me stesso, e più vivevo la città e più acquisivo questa dimenticata consapevolezza. Non era un valutare se ciò fosse da intendersi in accezione positiva oppure negativa, quanto piuttosto fare i conti con una modalità di concepire la vita in Sicilia secondo parametri del tutto diversi rispetto a quelli a cui mi ero ormai abituato.

Tutte le sere, dopo avere consumato una cena degna di un re mettevo le infradito ai piedi, facevo le dovute raccomandazioni a Nica e Pititto, afferravo il sacchetto della spazzatura ed uscivo dopo essermi accertato che tutte le finestre fossero chiuse per evitare che quei due uscissero di soppiatto. Loro, sornioni come sempre, avevano dovuto accettare senza possibilità di replica la mia scelta di trasferirsi a Palermo per un periodo di tempo non ben definito. Sono dei nomi buffi, vero? Nica (piccola) perché quando l’ho adottata era un minuscolo batuffolo peloso e Pititto (appetito) per via di quella sua voracità che ultimamente sta però subendo un’inversione di tendenza. Sapevo che a Milano sarebbero rimasti in buone mani, ma non volendomi separare dai miei due gatti avevo deciso che li avrei portati con me. Una volta gettata la spazzatura nel primo cassonetto che trovavo, inserivo il jack dell’auricolare nell’ingresso del cellulare, posizionavo quest’ultimo dentro la tasca posteriore degli shorts, selezionavo la playlist da YouTube e intraprendendo ogni volta un percorso diverso mi dirigevo verso il mare. Da queste parti è tutto differente, ripetevo costantemente a me stesso, e più vivevo la città e più acquisivo questa dimenticata consapevolezza. Non era un valutare se ciò fosse da intendersi in accezione positiva oppure negativa, quanto piuttosto fare i conti con una modalità di concepire la vita in Sicilia secondo parametri del tutto diversi rispetto a quelli a cui mi ero ormai abituato.

Mi chiamo Patrizio, sono palermitano e vivo a Milano da parecchi anni. Sono uno di quelli che dopo avere cercato invano un lavoro soddisfacente nella propria realtà, un giorno ha deciso di trasferirsi al nord. Spesso la delusione porta ad intraprendere delle strade alternative, vero? Attenzione però, non vorrei essere frainteso. Non dico ciò con un senso di rammarico nei confronti della città che mi ha accolto a braccia aperte, sarei un irriconoscente, quanto piuttosto constato una realtà, ancora oggi molto attuale, in cui troppo spesso viene negato il diritto ad una scelta consapevole a dispetto di un’azione obbligata. Chi potendo vivere serenamente nel proprio contesto lascerebbe la propria realtà a meno che ciò non rientrasse in uno specifico progetto?

Quello che mi stavo apprestando a vivere tornando in Sicilia era una sorta di sogno irrealizzato, un misto di agitazione ed eccitazione in cui incuriosito per quella nuova opportunità immaginavo quali sarebbero state le mie nuove abitudini, quali amici avrei frequentato e se avessi sentito la mancanza della mia vita milanese. Avevo organizzato il trasloco in maniera frettolosa cercando di portare con me le cose necessarie, che presto lasciarono il posto a ciò che all’apparenza poteva apparire come superfluo e che in realtà rappresentavano l’essenza stessa del mio essere. Volendomi sentire a casa, oltre a vestiti, costumi e teli da mare, portai con me svariati libri, una TV, la mia musica, la bicicletta e vari altri oggetti come una piantana che aveva lo scopo di creare una zona lettura, una bilancia pesa persona convinto che con tutto quel cibo avrei certamente preso dei chili, il tappetino del bagno, il porta sapone, il porta dentifricio e anche l’accappatoio. Non mancarono all’appello neppure gli utensili da cucina con cui coltivare la mia passione. Tutto questo non tanto perché la casa in cui sarei andato a vivere non fosse già un po’ arredata, quanto piuttosto per non sentirmi un ospite. Certo, avrei potuto acquistare lì tutto quanto mi occorreva, ma non volevo sprecare del tempo prezioso visto che a Milano me ne avanzava un po’.

L’occasione per ritornare a Palermo mi fu concessa nel 2019 quando accettai un’opportunità lavorativa che oltre ad accrescere le mie conoscenze specialistiche, mi avrebbe permesso di stare più a contatto con la famiglia d’origine. Di contro avrei dovuto lasciare quella del nord e con essa le nostre abitudini, il modo di vivere frettoloso, la movida ed anche la mia casa. Stavo scommettendo su qualcosa di nuovo e se da una parte ciò mi riempiva di aspettative per ciò che avrei trovato, dall’altra mi procurava un po’ di ansia. Fu così che in un caldo mese di giugno, in cui le giornate iniziano ad allungarsi regalando dei preannunciati scorci d’estate, arrivai in una Palermo i cui colori sembravano volermi rivolgere il loro personale ben tornato.

Una volta giunto in città mi diressi alla volta di Mondello verso la casa estiva di mia sorella cedutami per quell’occasione. La mia collocazione in quel contesto era di tutto rispetto visto che potevo godere di un appartamentino in un residence con piscina condominiale, un posto auto, tanto verde e dei vicini caciaroni. Oddio, questa alle volte non era proprio una cosa piacevole visto che l’indomani diventava faticoso alzarmi presto per andare al lavoro quando si intrattenevano fino a tarda notte a cantare e ridere. Non feci comunque fatica ad abituarmi a quella vita che presto divenne per me del tutto familiare.
Con l’obiettivo di consolidare la mia presenza in città, per prima cosa studiai la mappa dei negozi e delle botteghe che sarebbero servite per il mio sostentamento. Il sabato mattina era dedicato alla spesa in bicicletta la cui prima tappa era rappresentata dal pescivendolo ambulante. A bordo della sua ape aveva il pescato del giorno che grazie ad un broadcast inviatomi in real time all’alba mi permetteva di vedere in anteprima ciò che avrei potuto comprare. Proseguivo con il fruttivendolo che coltivava nel retro bottega la propria mercanzia, continuavo con il macellaio che allevava direttamente il bestiame ed infine concludevo con il panificio dal quale acquistavo pane caldo, pizza e dolci. Una volta tornato a casa, depositata la spesa, con lo zaino in spalla era il turno della lavanderia a cui consegnavo la roba lavata che necessitava di una stirata. Insomma, dopo circa una settimana dal mio arrivo in città avevo creato rapporti e relazioni con tutti, negozianti compresi. Ritrovai così l’armonia di quei luoghi facendo riecheggiare gli antichi sapori di una vita semplice in cui l’attenzione per il prossimo rappresenta ancora un valore su cui fondare i rapporti umani.

E fu coì che arrivò presto anche il giorno di recarmi al lavoro e con esso l’ansia e le aspettative di quella nuova avventura. Io che avevo da sempre lavorato al nord, come sarei stato vissuto dai nuovi colleghi? Sarei stato visto come lo straniero che vuole sottrargli il lavoro oppure come qualcuno arrivato per supportarli? Come mi sarei rapportato con quella gente? Sarei stato capace di abituarmi al nuovo contesto? Beh, che dirvi… dopo solo una settimana di condivisione degli spazi comuni era come se ci conoscessimo da una vita. Sicuramente l’avere un carattere estroverso e disponibile mi ha aiutato parecchio, ma il merito di tutto ciò va al temperamento della gente del sud che grazie alla loro proverbiale ospitalità non fa sentire nessuno uno straniero.

Ma si sa che tutte le cose hanno un termine, e fu così che dopo quattro mesi di vita palermitana a fine ottobre arrivò la telefonata che mi preannunciava di tornare a Milano. Fu dunque con una ritrovata gioia nel cuore per quella bella esperienza che agli inizi di novembre giunse il momento di tornare a casa non dopo avere salutato gli amici, i colleghi ed anche i negozianti. E adesso che sono rientrato a Milano ripenso spesso a quei giorni sereni, a quella città piena di contraddizioni e ricca di valori, alla mia famiglia, alle persone di una vita, ai nuovi conoscenti ed anche agli sconosciuti che durante il proprio passaggio mi hanno lasciato qualcosa di se. Ripenso al mare che raggiungevo a piedi tutte le volte che avevo voglia ed anche alle mie cene da re in cui con pochi euro era possibile comprare gli involtini di pesce spada, primi e secondi piatti già pronti e dolci a volontà. E a distanza di parecchi mesi da allora, quando la sera butto la spazzatura, mi assale un po’ di nostalgia. Allora prendo gli auricolari, li inserisco nel cellulare e mentre ascolto la mia musica preferita inizio a camminare illudendomi che prima o poi raggiungerò il mare. E una volta varcata la porta di casa, mentre Nica e Pititto mi vengono incontro festosi, mi illudo che anche loro sentano la mancanza di quella città. Poi guardo l’orologio, realizzo che sono già le 22.00 e che il loro affetto è solo dettato dalla fame di croccantini. A quel punto apro la confezione, glieli verso nella ciotola e nelle mie orecchie continuano a risuonare le note di quella canzone che ascoltavo sempre mentre ero lì…

Ritornando a casa, come sempre,
C’è tanta gente intorno a me
Molte facce le conosco già
E intanto il tram dei desideri va
E viaggiano speranze e viaggiano i miei sogni
Forse uguali a tutti quelli che son qua
E penso a quanti affanni abbiamo tutti i giorni
E che fatica la serenità.
Ritornando a casa come sempre
C’è qualcosa che non va…
C’è qualcuno che mi spinge forte
Mi sposto e non so dove andare
C’è di buono che siamo duemila
E anche se frena non si può cascare
E allora rido, dimmi cosa dovrei fare,
Se vedessi questo tram cosa non è
Con questa gente così stanca di sognare
E io più stanco che mi sogno te.
Ritornando a casa come sempre
C’è tanta gente intorno a me
E allora chiudo gli occhi e so che cosa fare
Penso solo a cose belle, penso a te
E penso: ma che bestia brutta la tristezza
Ma questa sera non mi prenderà
Ritornando a casa come sempre
Sei pronta amore che si va?

(Fabio Concato)

Difficoltà

Media

Dosi Per

4 perone

Preparazione

30 Minuti

Cottura

15 Minuti

Lista ingredienti

12 fette di pesce spada 8×10 cm. circa

60 gr. di pangrattato

30 gr. di passolina (uvetta passa nera)

30 gr. di pinoli

80 gr. di caciocavallo grattugiato

Una grande cipolla

Prezzemolo q.b.

Sale q.b.

Pepe q.b.

Olio extravergine d’oliva q.b.

Tre arance biologiche

Due limoni biologici

Pan grattato per la panatura

Procedimento

1

Tagliamo la cipolla in piccoli cubetti e soffriggiamola dentro ad una padella con abbondante olio. Non appena risulterà imbiondita aggiungiamo il pangrattato e mescolando di continuo con un cucchiaio di legno facciamolo tostare.

2

Trasferiamo il tutto in una ciotola ed aggiungiamo il formaggio, il prezzemolo, i passolini precedentemente ammorbiditi in acqua tiepida per 15 minuti, i pinoli, sale, pepe, la buccia grattugiata di due arance e quella dei limoni, più i succhi di entrambi. Mescoliamo per bene gli ingredienti ed aggiungiamo dell’olio fino a quando non otterremo un composto morbido. Copriamo e poniamo in frigorifero.

3

Prendiamo le fette di pesce spada, laviamole per bene, eliminiamo la pelle laterale e se necessario assottigliamole con uno sbatti carne coprendole prima con della carta forno e poi dando dei piccoli colpetti in modo da fargli acquisire lo spessore del carpaccio. Possiamo utilizzare anche le fette già tagliate avendo cura di dividerle in due parti orizzontalmente con un coltello ben affilato prima di assottigliarle. Se dopo averle assottigliate la fetta fosse troppo grande possiamo dividerla in due parti ricavandone due fettine da circa 8×10 cm. Con l’aiuto di un cucchiaino depositiamo un po’ di composto al centro della fetta, portiamo prima il lato destro verso il centro, poi il sinistro ed infine arrotoliamolo per il lungo. Compattiamo tra le mani l’involtino e passiamolo prima in un piattino in cui avremo versato dell’olio e poi nel pangrattato.

4

Ungiamo leggermente una teglia antiaderente con una goccia di olio e, aiutandoci con un tovagliolino, distribuiamolo per bene su tutta la superficie. Una volta che la padella sarà calda disponiamo i nostri involtini girandoli spesso per dare una cottura uniforme. Copriamo con un coperchio. Altra modalità di cottura è in forno su della carta forno dopo averli irrorati con dell’olio. Non appena cotti inseriamoli in uno spiedo di legno alternandoli con delle fettine d’arancia. Serviamoli ancora caldi irrorandoli se vogliamo con una emulsione di olio, limone, sale e prezzemolo oppure menta tagliati finissimi. In alternativa questi spiedini possono essere già assemblati con l’arancia prima di essere cotti.

Utile da sapere!

Possiamo servire i nostri spiedini di pesce spada con una buona insalata di arance che si prepara sbucciando delle arance succose tagliate a pezzetti a cui aggiungeremo dell’aringa affumicata senza pelle, anch’essa tagliata a pezzetti, un cipollotto tagliato a rondelle ed infine condita con olio, sale e pepe.


Commenti (2)
  1. Questa volta mi hai sorpresa……. io adoro gli involtini di pesce spada e ogni volta che torno a Messina mi fiondo in qualche collaudato ristorante per mangiare questa deliziosa pietanza. Tu però mi hai dato una svolta…… perchè io credevo che per fare gli involtini occorresse una parte specifica (la pancia) del pesce spada ,,,,, cosa che a Roma non la trovi neppure col lanternino. Invece tu prendi delle fette normali e poi le riduci a fettine sottili, beh ci proverò molto presto. Un altra innovazione per me é la variante all’arancia deve legare molto bene con il pesce e con la leggera panatura. Che bello finalmente Un piatto buonissimo e “siculo” che non fa a pugni con la mia dieta. Grazie Patrizio sei un genio!

    1. Ciao Maria, sono davvero contento di avere contribuito a far si che tu possa preparare più spesso questo piatto!!! Sì l’arancia con il limone si posano benissimo 🙂

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