La ricetta in un racconto

La sveglia suona come tutte le mattine alle sei e mezza e mio padre è il primo ad alzarsi dal letto. E’ posizionata in corridoio ed è praticamente impossibile non sentirne il ticchettio e soprattutto il baccano quando inizia a strillare. E’ una sveglia colore argento a doppia campana che quando suona zompetta su se stessa fino a cadere per terra se non si è pronti a schizzare giù dal letto per bloccarne il frastuono. Eppure, nonostante tutto io continuo a dormire tranquillamente come se avessi assunto dei sonniferi. A nulla serve la luce dell’alba che entra dalla finestra e mio padre che dalle sette in punto continua ad implorarmi di alzarmi. Lui imbroglia anche sull’orario ma io non voglio sentire ragioni ed il letto mi sembra il posto più comodo in cui rimanere. Mia madre intanto ha già preparato la colazione ed anche lei irrompe nel silenzio della mia cameretta pregandomi di alzarmi. Non c’è tregua, non mi danno scampo, devo svegliarmi perché altrimenti per me non ci sarà salvezza. Questa è la vita a cui un bambino è sottoposto tutti i giorni. Ci impongono di alzarci presto, andare a scuola e studiare tanto come se fare quelle azioni quotidiane fossero delle cose divertenti. Ma per noi sarebbe più bello giocare tutto il giorno.

La sveglia suona come tutte le mattine alle sei e mezza e mio padre è il primo ad alzarsi dal letto. E’ posizionata in corridoio ed è praticamente impossibile non sentirne il ticchettio e soprattutto il baccano quando inizia a strillare. E’ una sveglia colore argento a doppia campana che quando suona zompetta su se stessa fino a cadere per terra se non si è pronti a schizzare giù dal letto per bloccarne il frastuono. Eppure, nonostante tutto io continuo a dormire tranquillamente come se avessi assunto dei sonniferi. A nulla serve la luce dell’alba che entra dalla finestra e mio padre che dalle sette in punto continua ad implorarmi di alzarmi. Lui imbroglia anche sull’orario ma io non voglio sentire ragioni ed il letto mi sembra il posto più comodo in cui rimanere. Mia madre intanto ha già preparato la colazione ed anche lei irrompe nel silenzio della mia cameretta pregandomi di alzarmi. Non c’è tregua, non mi danno scampo, devo svegliarmi perché altrimenti per me non ci sarà salvezza. Questa è la vita a cui un bambino è sottoposto tutti i giorni. Ci impongono di alzarci presto, andare a scuola e studiare tanto come se fare quelle azioni quotidiane fossero delle cose divertenti. Ma per noi sarebbe più bello giocare tutto il giorno.

Esco di casa con gli occhi ancora semi chiusi, un grembiulino blu con un colletto bianco che quasi mi strozza il collo ed una cartella sulle spalle che sembra contenga del piombo. In realtà dentro c’è solo il sussidiario, un quaderno, una borraccia piena d’acqua, perché mia madre mi dice di bere durante il giorno, ed un astuccio pieno di colori a spirito, a tempera, qualche matita, un temperino e tante gomme colorate e profumate. Scendo da casa ed insieme a mio padre cerchiamo la macchina. Uffa, penso io, tutte le mattine la stessa storia, se almeno parcheggiasse sempre al medesimo posto potrei dormire cinque minuti di più. Salgo in macchina in maniera goffa e l’aria gelida che entra dal finestrino è come se mi tagliasse il viso. La scuola si trova vicino al lavoro di papà e quindi ci vorrà un po’ di tempo prima di raggiungerla. Rifletto un po’ e mentre il mio cervello sta pensando cado ancora una volta in letargo. Non faccio in tempo a chiudere gli occhi che mio padre mi sveglia dicendomi che siamo arrivati. Entriamo nel panificio che si trova a pochi passi dall’ingresso, compra qualcosa che caccia dentro la cartella e mi dice: mi raccomando, Patrizio, ho messo dentro la merenda per la ricreazione, aprila solo quando la maestra vi darà il permesso. Fai attenzione a non sporcarti e soprattutto mangiala tutta. Intesi? Sì papà, va bene. Ci vediamo più tardi? Sì, ci vediamo dopo, passo a prenderti alle 12.30. Va bene, ciao! Ciao.

Varco il cancello della scuola e mi dirigo verso il grande portone. Entrando c’è un lungo corridoio che a sinistra accoglie le aule, grandi e luminose, in fondo c’è l’uscita che conduce al grande giardino e immediatamente a destra un grande atrio dove si svolgono le recite di Natale e che rappresenta il varco per il piano superiore grazie ad una lunga e larga scala che fa da sentiero agli studenti. Una volta entrati in classe la maestra è lì pronta ad aspettarci, la salutiamo, ci facciamo il segno della croce e con le mani giunte recitiamo le due preghiere del mattino:

Io, con tutti i bambini del mondo, ripeto agli uomini della terra, siamo fratelli, tutti uguali, aiutiamoci, vogliamo bene, oggi, domani, sempre.

Fammi o Signore, profondamente buono, umile e comprensivo, che io abbia il cuore aperto, la mente attenta a scoprire e ad apprezzare, insegnami ad amare.

A quel punto ci sediamo per iniziare la nostra lezione in un’aula piena di manifesti colorati con le lettere dell’alfabeto abbinate a dei grandi disegni che le rappresentano, ma soprattutto particolarmente rumorosa considerando che la maestra più volte ci invita a fare silenzio in modo da sentire volare la mosca. Che poi dico, ma che piacere c’è nel sentirla volare? Appena ricomposto l’ordine inizia a spiegarci quelle lettere proponendoci di osservare i grandi disegni appesi alle pareti ed invitandoci a scriverle nel nostro quaderno. Io però ho un pensiero fisso, ho fame e penso a quel misterioso pacchetto custodito dentro mia cartella. E finalmente la campana suona segnando l’armistizio tra un branco di bambini affamati e quell’anziana signora che da quarant’anni insegna sempre le stesse cose a delle piccole pesti. Sgancio i supporti che tengono chiusa la cartella, tiro fuori il pacchetto e vedo dello zucchero che si sparge da tutte e parti. Apro la carta che custodisce qualcosa di morbido e, appena scartata, vedo una merenda mai vista prima ma che a sensazione mi sembra davvero sublime. A quel punto da due banchi più avanti un compagno la guarda e grida: Mamma mia, la treccina, la treccina con lo zucchero!!! Improvvisamente il mio banco si riempie di bambini che somigliano alle mosche tanto care alla maestra e che iniziano a ronzarmi intorno attratti dalla dolcezza dello zucchero. C’è chi mi offre le sue patatine, chi la sua pizzetta e chi ancora il suo panino con la frittata. La frittata? Ma si può dare da mangiare una frittata ad un bambino e per giunta alle 10.30 del mattino? E tra un’offerta e l’altra, mi vengono in mente le parole delle preghiere recitate al mattino in classe, ma anche quelle della mia mamma. Così, senza penarci due volte, decido di dividere quella treccina in tanti piccolissimi pezzetti che, anche se non saranno in grado di saziare nessuno, mi diedero una grande notorietà tra i compagni. E da quel giorno, pur essendomi letteralmente innamorato del suo sapore autentico e semplice allo stesso tempo, chiesi a mio padre di non comprarmi più le treccine con lo zucchero per l’ora della ricreazione. Patrizio, ma non ti è piaciuta, disse lui? No papà, era molto buona, ma preferisco mangiarla a casa, perché sai, in classe ci sono troppe mosche 😀

Difficoltà

Media

Dosi Per

8 Treccine

Preparazione

3 Ore

Cottura

15 Minuti

Lista ingredienti

500 gr. di farina 00

50 gr. di zucchero semolato

50 gr. di strutto

10 gr. di sale

25 gr. di lievito di birra fresco

250 ml. di acqua a temperatura ambiente

Procedimento

1

Montiamo nella planetaria il gancio ad uncino, inseriamo tutta la farina nel cestello e dopo averla accesa a velocità moderata versiamo l’acqua a filo a temperatura ambiente su cui avremo sciolto il lievito e lo zucchero. Non appena saranno stati assorbiti aggiungiamo anche il sale e lo strutto morbido a pezzetti. L’impasto sarà pronto quando si sarà ben incordato ovvero parte di esso sarà risalito sul gancio e la restante parte si sarà staccata dalle pareti del boccale.

2

Trasferiamo l’impasto su un piano di lavoro e facciamo la pirlatura. Questa operazione consiste nel fare girare tra le mani la pasta in modo da garantirgli una crescita regolare durante la lievitazione.

3

Adagiamo il composto dentro ad un contenitore, copriamo con uno strofinaccio (in inverno anche con una coperta) e facciamo fare la prima lievitazione che dovrà durare due ore.

4

Una volta lievitata la pasta ricaviamo delle pezzature da 100 grammi l’una, disponiamole tra il pollice e l’indice e con un movimento rotatorio formiamo delle palline.

5

Con i palmi delle mani creiamo un cordoncino ed allunghiamolo fino a quando non avrà raggiunto la lunghezza di circa 48-50 cm. Attenzione, sarà del tutto normale che la pasta tenderà ad accorciarsi un po’ nel momento in cui la lasceremo. Poniamo un dito al centro, formiamo un ferro di cavallo e attorcigliamo un’estremità all’altra formando le nostre treccine.

6

Una volta fatte le nostre treccine poniamole distanziate su delle teglie su cui avremo messo della carta forno e facciamole lievitare in forno chiuso e spento con luce accesa per trenta minuti.

7

Trascorso il tempo della lievitazione tiriamo fuori le teglie dal forno, copriamole con uno strofinaccio asciutto e riponiamole in un luogo caldo e asciutto. Accendiamo il forno statico a 200 gradi e, non appena raggiunta la temperatura, inforniamo le teglie una alla volta collocandole al centro. Le treccine saranno pronte dopo circa 15 minuti e comunque non appena si saranno dorate. Attenzione a non farle cuocere troppo altrimenti si induriranno.

8

Dopo che si saranno raffreddate bagnamo il dorso con dell’acqua ed inzuppiamole in un piattino con dello zucchero semolato. Le treccine con lo zucchero sono pronte per essere mangiate.

Utile da sapere!

Le treccine si possono conservare dentro il freezer chiuse negli appositi sacchetti per congelare i cibi. Una volta scongelate torneranno soffici come appena preparate.


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