Nino che parlava alle nuvole

Il giorno che Nino si accorse che poteva parlare con le nuvole, il cielo era, per la verità, abbastanza sereno. Ma forse fu proprio per questo. Magari avrete fatto caso al fatto che, se siete su un autobus affollato, non vi viene affatto di parlare con qualcuno. Ma  se siete in pochi, magari solo in due, allora è facile che nasca una conversazione. Non è un caso che questa storia me la raccontò un mio coetaneo pensionato che incontrai sulla mia solita panchina, quella dove vado sempre con quel bricconcello di Diego, il mio cagnone,  che preferisce  un pino marino per fare pipì. La storia mi sembrò molto bella e il pensionato aveva appena cominciato a raccontare, che io avevo già deciso che l’avrei inserita nella mia collezione, quella che, in un modo o nell’altro, gareggiava con la ben altrimenti concreta collezione di mia figlia, la chef che si inventava ricette per mettere il mondo e i pensieri in padella. Ma torniamo alla storia.

Pare che Nino fosse un bimbo piuttosto solitario. Non aveva fratelli né sorelle, i genitori passavano più tempo al lavoro che a casa. Tempi duri, amici miei. Portare un pezzo di pane a casa costava fatica e tutti ne pagavano il prezzo. Per Nino questo prezzo era la solitudine. Ma non era tanto piccolo da non potere uscire coi suoi piedi ma nemmeno tanto grande per allontanarsi troppo da casa in quei giorni di inverno con la scuola chiusa perché c’era una specie di epidemia che chiamavano Pandemia. Nino aveva chiesto che differenza ci fosse e suo padre, che era un dottore, gli aveva spiegato che la Pandemia era una malattia che avvolgeva nel suo mantello tutto il mondo e che bisognava stare attenti. Nino, come tutti i bambini, opponeva una certa resistenza al continuo lavaggio delle mani. Andava meglio con la  necessità di indossare la mascherina perché gli faceva pensare a suo papà che era un chirurgo  e di mascherine ne sapeva parlare tantissimo. Ma la cosa più dura da sopportare era il distanziamento che chiamavano sociale. Nel senso che, poiché la società è fatta di persone prese una ad una, allora ognuno doveva stare distante dall’altro. E Nino pensava che così tutti diventavano come il sarto dal quale accompagnava il suo papà e che andava in giro sempre con un metro attaccato al collo. Che noia prendere le misure. Tanto valeva stare fuori solo quando non c’era gente in giro.

Nel palazzo dover viveva c’era un piccolo giardino recintato e c’era perfino un campetto di calcio. Non è che lo usassero in molti. Il fatto è che le case che si trovavano dentro questo palazzo, erano abitate da gente anziana che aveva figli grandi che avevano, a loro volta, figli bambini ma che vivevano da un’altra parte. In una parola: non c’erano altri bambini in giro.

Nino trascorreva molto tempo in giardino in condizioni di buona sicurezza. La sua passione era raccogliere le pigne, staccare i pinoli e aprire con una pietra che si portava sempre dietro, quella che lui chiamava l’apripinoli.

In quel periodo, era la fine di febbraio, il tempo era freddo ma sempre uguale. Pioveva poco e spesso c’erano mattinate molto luminose col cielo quasi sgombro. La luce del cielo mattutino di febbraio è una cosa spettacolare e, malgrado l’aria fredda, i colori erano caldi e inducevano a spogliarsi dei pesanti giubbetti che la mamma gli raccomandava di indossare. Ma che bimbo sarebbe stato Nino se avesse obbedito sempre e comunque alla mamma? Così si sedeva sulla panchina e cominciava il suo lavoro con l’apripinoli. Ogni tanto guardava il cielo come a volersi riempire gli occhi verdi di quei colori che li facevano diventare cangianti, bellissimi. Nino da grande, con quegli occhi…. Beh.. lasciamo perdere. E’ ancora presto.

Ad un tratto  lassù nel cielo vide arrivare un po’ di piccole nuvole che, per quanto ne sapeva, venivano spinte dal vento ma, stranamente, messe in fila.

Nino sapeva qualcosa delle nuvole perché una volta si era chiesto come facessero a prendere forme tanto diverse e perché poi uno vi vedeva quello che ci voleva vedere e mai  in due ci vedevano la stessa cosa. Era un problema molto serio che lo aveva impegnato a lungo. Aveva trovato un bel libro dove c’era la descrizione, le foto e i disegni, di tutti i tipi di nuvole. Così quando le vide in fila decise che erano cumuli e ripassò quello che sapeva: c’erano cumuli, altocumuli e cirrocumuli che erano i più alti e facevano il “cielo a pecorella” che tutti sanno che cosa è.

Mentre ripassava mentalmente le sue conoscenze sulle nuvole, quelle cominciarono a muoversi in un modo strano. Sembrava che ognuna di quelle che stavano dietro saltasse oltre quella che le stava davanti in una sorta di “cavallina”, il gioco che Nino aveva fatto tante volte coi suoi amici.

Ora, secondo quanto mi raccontò il mio amico pensionato mentre Diego inseguiva un gatto senza successo, Nino parlava spesso da solo perché così riusciva a sentire il suono della sua voce, cosa che, in queste lunghe giornate solitarie, gli accadeva raramente.

– Nuvolette, che bel gioco. Chissà da dove venite e dove l’avete imparato.

Parlava tra sé e sé ma improvvisamente…

– Ciao. Noi siamo altocumuli e veniamo dal mare grande. Io mi chiamo Vaporella, e tu?  

Ma!!! Com’era possibile? Davvero una nuvola stava parlando con lui? Ma sapete come sono i bambini, che Dio li conservi così. Fanno presto a credere a una cosa fantastica e non stanno lì a chiedersi se per caso sono usciti di senno. Così a Nino non parve vero di potere chiacchierare, pensa un po’, con una nuvoletta.

– Ciao Vaporella, io mi chiamo Nino. In realtà mi chiamo Antonio Gabriele Maria, ma è un nome troppo lungo. Così tutti mi chiamano Nino

– Ciao Nino, tu sei un umano bambino?

A Nino veniva sempre duro ammettere di essere troppo giovane perché non vedeva l’ora di diventare adulto

– Insomma… Non proprio bambino, ma neanche ancora grande

– Ho capito. Io invece sono giovane, sono figlia di cumuli che stanno più in basso di noi. Quando cresciamo diventiamo cumuli anche noi e possiamo fare altri altocumuli così come voi umani fate i bambini.

– Allora pure voi nuvole avete una famiglia come me?

– Non è la stessa cosa ma ci somiglia

– E’ bello il gioco che state facendo. Lo facciamo anche noi e si chiama cavallina

– Il nostro lo chiamiamo Primavengoio. Cavallina? Che strano nome. Che vuol dire?

– Tu sai cosa sono i cavalli?

– Credo di si anche se non capisco perché da voi le onde del mare si chiamano cavalloni

– Non lo so nemmeno io. Insomma quando facciamo la ginnastica…

– Ginnastica?

– Sì. E’ una cosa che si fa per crescere sani e forti ed evitare tante malattie. Allora si fa la corsa, ci si arrampica su una fune oppure si salta una cosa che ha quattro zampe come i cavalli. Quando  non abbiamo questa cosa, uno di noi si mette piegato e un altro lo salta come facciamo con la ginnastica.

– Ah, ma che bello! Noi ci facciamo aiutare dal vento per questo giochiamo quando viene di sotto.

– Ho visto. Ma noi facciamo pure un altro gioco che somiglia a questo ma si fa in tanti. Dovresti imparare, Vaporella

– Insegnami Nino

– Dunque: il gioco si chiama acchiana u patri cu tutti i so figghi. Almeno, così lo chiamiamo qui nella mia città. Vuol dire Sale  il padre con tutti i suoi figli

– E dove sale?

– Aspetta, non avere fretta. Si formano due squadre, due gruppi. Uno si mette in fila a cavallina. L’altro gruppo, uno ad uno, saltano in groppa a quelli messi in fila e quando l’ultimo è saltato devono contare in un modo complicato. Tu sai contare?

– Abbiamo un modo tutto nostro ma sì, so contare. Ma perché si conta a questo gioco?

– Si conta per fare passare un certo tempo e quelli piegati a cavallina devono sopportare questo peso.

– E chi vince?

– Se quelli che stanno sotto non riescono a sopportare il peso degli altri e cedono, rimangono sotto piegati a cavallina. Se invece resistono, si cambiano il posto  con quelli che sono saltati e si ricomincia.

– Bello, mi piacciono i giochi che si fanno insieme.  Ma tu sei solo…

– Per ora sì. Ma non sarà sempre così. Tu dove vai adesso? Domani torni?

– Non lo so. Noi andiamo dove ci porta il vento. Ma mi piacerebbe tornare. L’importante è che non ci siano in giro i giganti brontoloni.

– Mammamia! E chi sono i giganti brontoloni?

– Sono nuvoloni enormi che partono da terra e sono alti alti e tutti scuri, sempre arrabbiati pieni di lampi di luce e dicono cose terribili con una voce che voi chiamate tuoni. Quelli sono terribili.

– Ah, ho capito. Noi li chiamiamo cumulonembi e sono quelli che portano i temporali.

– Si, quelli. Bravo. Ci rimproverano sempre. Loro non sono mai stati altocumuli.

– Sì come da noi certi tipi che sembra che non sono mai stati bambini

– Va bene Nino, adesso devo andare

– Ciao Vaporella. Spero di vederti di nuovo. Se non passano i cumulonembi, io domani sarò di nuovo qui.

– Perfetto. Se non passano, spero di potere venire a trovarti. Ciao.

E questa è la storia che mi raccontò il mio amico e che mi piacque assai. Ma nel frattempo si era fatto tardi. Diego, come al solito, non era riuscito a prendere il gatto e a me era venuta fame. E fu con grande piacere che, arrivato a casa, trovai che mia figlia mi aveva mandato un pacchetto e dentro c’era un contenitore con una pietanza ancora calda e un biglietto: “Papino, questa è una cosa che ho inventato io e che è buonissima. Ti mando pure la ricetta. Si chiama Riso al Salto”. Incredibile, dopo una mattinata a sentire storie di salti, un Riso al Salto ci voleva proprio. Era buonissimo.

Autore: Daniele Billitteri, Giornalista e scrittore – Palermo

Illustrazioni di Daniela Spada e Rossana Tizzoni – Milano


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