La ricetta in un racconto

Dolce molto semplice, da gustare a colazione oppure a merenda, il pan d’arancio è una coccola tutta siciliana che si prepara aggiungendo all’impasto le arance frullate insieme alla buccia. Venduto sotto forma di plumcake può essere acquistato sia nei panifici, dove il suo aspetto molto spartano prevede al massimo l’aggiunta dello zucchero a velo, sia nelle pasticcerie, dove il suo esterno è spesso arricchito da una glassa a specchio, una spennellata di marmellata oppure da scorzette di arancia candita. Non è inusuale trovarlo anche in formato rotondo venduto come semplice pan di spagna. Il dolce viene poi preparato in casa da tutte quelle mamme che, attente all’alimentazione dei propri figli, non vogliono fargli mancare qualcosa di buono ed al contempo anche di sano. Io l’ho scoperto in età adulta e il suo ricordo è legato alla Santa patrona di Palermo. Qual è il motivo? Venite con me che vi racconto la storia mentre facciamo un salto a Palermo.

Dolce molto semplice, da gustare a colazione oppure a merenda, il pan d’arancio è una coccola tutta siciliana che si prepara aggiungendo all’impasto le arance frullate insieme alla buccia. Venduto sotto forma di plumcake può essere acquistato sia nei panifici, dove il suo aspetto molto spartano prevede al massimo l’aggiunta dello zucchero a velo, sia nelle pasticcerie, dove il suo esterno è spesso arricchito da una glassa a specchio, una spennellata di marmellata oppure da scorzette di arancia candita. Non è inusuale trovarlo anche in formato rotondo venduto come semplice pan di spagna. Il dolce viene poi preparato in casa da tutte quelle mamme che, attente all’alimentazione dei propri figli, non vogliono fargli mancare qualcosa di buono ed al contempo anche di sano. Io l’ho scoperto in età adulta e il suo ricordo è legato alla Santa patrona di Palermo. Qual è il motivo? Venite con me che vi racconto la storia mentre facciamo un salto a Palermo.
Cominciamo col dire che quando torno in Sicilia ho in serbo una serie di tappe programmate secondo una sequenza ben scandita, tanto che i miei amici d’infanzia non si capacitano del perché non riescano mai a vedermi. Eh sì, tra familiari, zii, cugini e a lagnusia (la pigrizia) che improvvisamente s’impossessa di me, i giorni trascorrono in maniera veloce fino ad arrivare a quello della partenza con la consapevolezza di non avere fatto tutto ciò che avrei dovuto. A fare passare più in fretta il tempo ci si mettono pure i miei zii che non appena mi vedono fanno sempre la stessa domanda: sei arrivato??? Bene, bene…. Ma sei arrivato oggi? Ah, ieri… bene, bene… E quando riparti? Che detto da uno ci può stare, da due lo accetto a fatica, ma una volta giunti al terzo sospetto di non essere ben gradito. 😂 Per non parlare del fratello di mio padre che quando si avvicina il momento della partenza esordisce con la sua solita frase: è scaduta la cambiale, eh? Riferendosi al fatto che il tempo è trascorso velocemente e che dunque è arrivato il momento di ripartire. Poi si fa una grassa risata ed io non capisco se mi sta pigghiannu pu culu (mi sta prendendo in giro) oppure se è solo un modo per manifestarmi il suo celato dispiacere.
Ritornando alla mia lagnusia, devo ammettere che quando rimetto piede in terra natia è come se il mio corpo si riabituasse in maniera repentina a quegli ancestrali ritmi che gli impongono di rallentare il passo a dispetto della frenesia che si respira a Milano.
Tra gli impegni programmati una tappa fissa è la visita a Santa Rosalia, patrona di Palermo, che per arrivarci occorre fare un’acchianata (una salita) fino al Monte Pellegrino, così chiamato perché meta di tanti pellegrinaggi. Dalla strada che porta al santuario è possibile scorgere, guardando verso destra, un panorama mozzafiato in cui proseguendo si fa spazio all’orizzonte la città che da lontano sembra piccolissima e il cui porto accoglie un’acqua scintillante come fosse il regalo del cielo che ha voluto donagli le sue stelle. I rami degli alberi e delle piante adiacenti il muretto che fa da guard rail al sentiero sembrano fungere da cornice alle immagini di una città splendente come il dipinto in una cartolina. Diciamo però che Monte Pellegrino e le zone limitrofe oltre che luogo di culto sono state, soprattutto in passato, luoghi di peccato. Già, perché quando ci si voleva trovare un po’ di intimità per ammuccarsi in tranquillità (termine che indica la volontà di scambiarsi effusioni), ci si infrattava con la macchina in una delle tante insenature presenti lungo il tragitto.
Ma ritorniamo all’acchianata, quella votiva però. Il viaggio verso il Santuario lo si intraprende per vari motivi. C’è chi lo fa per trovare marito prima di passare di cottura, chi per avere un bambino, chi picchì un cia fa chiù ca suoggira ca s’immisca siempri na tutti cuosi (chi perché non ce la fa più con la suocera che si intromette sempre in tutto), chi per fare ritornare un figlio lontano, chi per trovare un lavoro anche se costretto a dovere lasciare la propria città. Le richieste sono tra le più disparate e non c’è distinzione di razza, di ceto sociale, di sesso, di appartenenza politica, di buoni o cattivi, perché l’eterogeneità dei fedeli rispecchia l’amore dei cittadini alla loro Santuzza. E quando la richiesta è davvero speciale, allora si percorre un tragitto in ginocchio lungo un sentiero pedonale adiacente alla strada il cui sangue che sgorga incessante per via di un terreno sterrato è la dimostrazione dell’amore verso quel Dio che tutto può e a cui ci si rivolge per chiedergli una grazia. Così si possono scorgere fedeli con un rosario tra le dita che recitano preghiere nella speranza di essere ascoltati, quelli che ripetono compulsivamente la propria richiesta, quelli che piangono in un lacerante singhiozzo che fa da eco alla speranza di essere esauditi e quelli che in un silenzio commosso si affidano all’amore compassionevole di un Dio che non ha bisogno di essere supplicato con le umane parole perché conosce ciò di cui i suoi figli hanno bisogno ancora prima che qualcosa gli venga chiesto. E una volta arrivati in cima, la prima cosa che si intravedono sono le variopinte bancarelle che vendono oggetti votivi ma anche bandiere dell’Italia, magliette del Palermo, ceramiche, collane, bracciali oltre a vari oggetti folcloristici. Poi improvvisamente si scorge una lunga scalinata molto ripida che, una volta varcata, conduce all’ingresso di un piccolo Santuario ricavato in un’umida grotta all’interno della quale un sistema fatto di lastre di alluminio comunicanti tra di loro raccolgono l’acqua per poi farla sgorgare da un rubinetto posto in prossimità della statua della Santa. Sulla parete di fianco ci sono in segno di riconoscenza lettere, fotografie e oggetti di ogni tipo a comprova che quelle grida d’aiuto sono state ascoltate. Infine avanzando a passo d’uomo si arriva alla cappella dove sulla sinistra, in una teca di vetro, giace in contemplazione una statua della Santuzza rivestita di oro a testimonianza dell’amore dei suoi devoti. La storia narra che una fanciulla palermitana di nome Rosalia, nata nel 1130 e morta nel 1166 probabilmente nella grotta in cui oggi si erge il santuario, si fosse ritirata su quel monte per condurre una vita da eremita rinunciando alle ricchezze e agli agi della nobiltà normanna.
E fu intorno al 1624, mentre a Palermo infieriva la pandemia che decimava il popolo, che lo spirito di Rosalia appare in sogno prima ad una malata di peste, poi ad un cacciatore. A quest’ultimo indicò la strada per ritrovare i suoi resti ossei che portati in processione lungo le strade della città fermarono l’epidemia. Da allora il 15 luglio di ogni anno viene portato in processione per le strade della città il carro che sorregge la statua della santa, in memoria e a testimonianza di quel prodigio. E fu proprio in uno di questi pellegrinaggi al monte che di ritorno a casa insieme a mia mamma decidemmo di fermarci in una pasticceria per ristorarci dalle fatiche di quell’acchianata. Ci sedemmo intorno al tavolo posto di fianco al banco dei dolci e piuttosto che sceglierne uno di invitante alla vista, lei fu colpita da qualcosa di più sobrio. Decisi di farle compagnia scoprendo così il pan d’arancio, torta semplice e buona come la Santuzza, che divenne per noi il dolce ricordo di quella giornata.

Difficoltà

Facile

Dosi Per

10 persone

Preparazione

30 Minuti

Cottura

60 Minuti

Lista ingredienti

200 gr. di farina 00

100 gr. di farina di mandorle

3 uova a temperatura ambiente

150 gr. di burro

150 gr. di zucchero semolato

350 gr. di arance biologiche (circa due)

Una bustina di lievito per dolci

Lista ingredienti per la guarnizione

Confettura di arance oppure albicocche

Scorzette d’arance

Utensili richiesti

Uno stampo per plumcake da 30X11 cm.

Procedimento

1

Per prima cosa sciogliamo il burro a bagnomaria facendo attenzione che il tegame in cui sarà contenuto non venga a contatto con l’acqua ma resti sospeso. Ciò lo potremo fare facendo aderirei i manici del tegame più piccolo sopra quelli della pentola più grande. Una volta sciolto lasciamolo raffreddare completamente e teniamolo da parte.

2

Nel frattempo prendiamo le arance, laviamole per bene, eliminiamo le due estremità, dividiamole a metà eliminiamo anche la parte centrale bianca e tagliamole a cubetti compresa la buccia. Inseriamoli dentro ad un frullatore e ricaviamone una purea.

3

Prendiamo un capiente recipiente, versiamo lo zucchero, le uova intere e con uno sbattitore elettrico montiamole alla massima velocità. Quando avremo ottenuto un composto spumoso aggiungiamo la farina 00 setacciata, quella di mandorle in unica soluzione, il burro ed amalgamiamo gli ingredienti con una spatola. Infine aggiungiamo anche la purea d’arancia e una volta amalgamata uniamo anche il lievito. Continuiamo a mescolare bene i nostri ingredienti con lo sbattitore a cui avremo montato le fruste per impastare.

4

Imburriamo uno stampo da plumcake, spolveriamo della farina e versiamo il composto. Muoviamo lo stampo da destra verso sinistra con movimenti veloci per per livellarlo per bene. Accendiamo il forno ventilato a 180° e dopo circa 15 minuti portiamolo a 170°. Inforniamo il nostro plumcake posizionando sulla griglia del forno e non sulla leccarda che porremo al centro nel secondo ripiano partendo dal basso. Il pan d’arancio dovrà cuocere per circa 60 minuti (ogni forno è diverso dall’altro) fino a quando non sarà dorato. Per verificare la cottura inseriamo uno stuzzicadenti fino a quando non uscirà asciutto. Attenzione a non aprire il forno prima dei 25/30 minuti poiché la torta non avrà acquisito abbastanza consistenza e si affloscerà. Una volta cotto facciamolo raffreddare, capovolgiamolo e disponiamolo su un vassoio eliminando le due estremità.

5

Adesso guarniamo il nostro pan d’arancio. Versiamo dentro ad un tegamino sei cucchiai di marmellata liscia senza pezzi e uno di acqua. Poniamolo sul fuoco girando di tanto in tanto fino a quando non sfiorerà il bollore. A questo punto spegniamo il fuoco, mescoliamo per bene e con l’aiuto di un pennello da cucina stendiamola più volte su tutta la superficie. Concludiamo con una decorazione fatta di piccoli cerchi di scorzette d’arancia ricavate con un coppapasta.

Utile da sapere!

Un’alternativa per guarnire il nostro pan d’arancio è quella di spolverare sulla sua superficie dello zucchero a velo oppure fare cadere, con una forchetta oppure una sac a poche ricavata con della carta forno, una glassa a freddo fatta emulsionando lo zucchero a velo con del succo d’arancia fino a quando non avrà assunto una consistenza bianca e lucida.

 


Commenti (8)
    1. Ciao Loredana, certo, puoi usare solo farina 00. La ricetta è bilanciata per i due tipi di farina per cui potresti avere bisogno di aggiungerne un po’ di più visto che quella di mandorle è più grossolana. Devi ottenere la classica consistenza dell’impasto delle torte che quando lo tiri su con la forchetta deve scendere giù a filo.

          1. Fiducia ben riposta visto che tutte le tue ricette fatte sono state un successo! 😉
            Il pane le arancine la rosticceria.

  1. Fantastico il Pan d’arancio e tu ❤️ io lo faccio anche con i miei mandarini marzuddi ruci ruci 🤣🤣 in questi giorni lo farò

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