La ricetta in un racconto

Trascorsa la festa dell’Immacolata in cui si aprono le danze al mese più calorico dell’anno e in cui il palermitano doc è solito mangiare sfincione (pizza palermitana), baccalà fritto, verdure in pastella, buccellati (pasta frolla ripiena di fichi), inizia una sorta di countdown gastronomico che lo condurrà fino ai pantagruelici banchetti delle festività, il cui obiettivo sarà quello di allenare lo stomaco a beneficio del cibo che riceverà nei giorni a seguire. E’ come se ci si preparasse ad una carestia per superare la quale sarà necessario aumentare la circonferenza addominale per attingere alle adiposità nei periodi di maggiore bisogno.

Trascorsa la festa dell’Immacolata in cui si aprono le danze al mese più calorico dell’anno e in cui il palermitano doc è solito mangiare sfincione (pizza palermitana), baccalà fritto, verdure in pastella, buccellati (pasta frolla ripiena di fichi), inizia una sorta di countdown gastronomico che lo condurrà fino ai pantagruelici banchetti delle festività, il cui obiettivo sarà quello di allenare lo stomaco a beneficio del cibo che riceverà nei giorni a seguire. E’ come se ci si preparasse ad una carestia per superare la quale sarà necessario aumentare la circonferenza addominale per attingere alle adiposità nei periodi di maggiore bisogno. Sì, perché a noi piace l’abbondanza e siccome siamo gente di cuore, quando cuciniamo calcoliamo sempre almeno una porzione in più a testa. Immancabilmente ci si siede a tavola con un numero di pietanze notevolmente superiore rispetto a quello dei commensali e in cui tavolini, mensole e sedie adiacenti, allestite in maniera estemporanea da vetrine espositive, hanno l’obiettivo di accogliere vassoi, piatti, ciotole, pentole, pirofile che non riescono a trovare posto al tavolo strapieno di altri vassoi, piatti, ciotole, pentole e pirofile. Nella testa del palermitano è come se dicembre e gennaio fossero rappresentati da un unico giorno ed una sola notte, tant’è che se doveste chiedergli ulteriori dettagli su come abbia impiegato il proprio tempo, la maggior parte di loro risponderà con frasi del tipo: “E chinni sacciu, sacciu sulu ca m’assittavu a tavola e chi mi susivu ca era u siette ri gennaio” (ed io cosa ne so? So soltanto che mi sono seduto a tavola e mi sono alzato che era il sette di gennaio). Ma perché, direte voi, hanno perso la memoria? Sono stati rapiti dagli alieni? Hanno assunto sostanze psicotrope? Niente di tutto questo, durante il periodo delle feste hanno solo sbutriato, termine che indica l’atto con cui, senza ritegno, si ingerisce una quantità di cibo umanamente insostenibile che necessita di fiumi di bevande gasate con lo scopo di generare un fragoroso rutto liberatorio che agevolerà l’ulteriore pistio (l’ulteriore pasteggio). A quel punto la cena si concluderà con vari rimedi più o meno casalinghi al fine di ottenere un effetto digestivo come ad esempio il canarino, decotto preparato mettendo nell’acqua la scorza di limone con delle foglie di alloro che, una volta portato ad ebollizione, verrà bevuto caldo eventualmente accompagnato dall’aggiunta di un po’ di bicarbonato. 😁

La seconda tappa dopo l’immacolata è quella del 13 Dicembre in cui è tradizione non mangiare né pane né pasta. No, aspettate un momento, il fatto che non si mangino questi alimenti non vuol dire che si digiuni, anzi…! In occasione della festività, gli alimenti consentiti sono arancine o arancini (dipende se preparate nella parte occidentale oppure in quella orientale della Sicilia), la cuccìa, il gateau di patate, detto anche grattò, le panelle e le crocché, solo per citarne alcuni. Il motivo è che a Palermo si celebra il miracolo ad opera della vergine siracusana chiamata Lucia, che implorata dai cittadini a causa di una carestia che aveva colpito la città nel 1646 esaudì le preghiere facendo approdare nel porto di Palermo un bastimento carico di grano. I cittadini in preda alla fame, a causa dei mesi di carestia, non lo molirono per farne farina ma lo bollirono immediatamente condendolo solamente con dell’olio. Nacque così la cuccìa, termine che deriva dal sostantivo “cocciu” ovvero chicco e dal verbo “cucciari” che significa mangiare un chicco alla volta. Potevano i siciliani non rendere più buono al palato e più bello alla vista un piatto così semplice? Fu così che aggiunsero la crema di ricotta, il cioccolato fondente e la frutta candita, trasforando quel piatto umile in un tripudio di sapori.

La tradizione si è conservata inalterata fino ai giorni nostri ed anche a casa dei miei, tanto che se chiudo gli occhi e lascio riaffiorare i ricordi senza opporre resistenza questo è quello che sento…

– Driin, Driin, Driiiiiiin (suona ripetutamente il campanello di casa come solo lei riusciva a fare)
– Chi è? Annamaria, sei tu? Risponde mia madre
– Sì Ina, apri presto che altrimenti rischio di rompere qualche piatto sul pianerottolo e poi chi lo sente tuo marito!

Mia madre apriva la porta e immancabilmente, come ogni anno, la mia premurosa vicina di casa aveva preparato la cuccìa che per l’occasione aveva messo nel piatto del servizio bello con “all’ingiro il perfilo dorato” (con intorno il profilo dorato) come usava dire lei, e in un altro le arancine alla carne (quelle al ragù).

A quel tempo per me era normale vedere disponibilità e solidarietà scambiata tra persone che non erano amici di lunga data ma dei semplici vicini di casa che avevano tanta voglia di sostenersi e sorreggersi a vicenda regalandosi un pezzetto di sé.

Sono cresciuto così, in una famiglia che in realtà erano dieci, cento, mille. Nella mia casa c’era un po’ di quella di Annamaria, della Sig.ra Romeo, della Sig.ra Messina, della Sig.ra Palmeri (che mio padre chiamava quella del tonno), della Sig.ra Conigliaro e più in generale di tutte le persone che abitavano nel palazzo e con cui mia madre intesseva rapporti che andavano al di là della semplice visita di cortesia scambiata per dovere o dei frugali saluti un po’ freddi consumati in ascensore. Così capitava spesso che io andassi a guardare la TV a casa di un vicino, che facessi merenda da un altro oppure che studiassi la Divina Commedia o la matematica da un altro ancora. Il palazzo si trasformava in un unico grande appartamento in cui le porte d’ingresso non rappresentavano una chiusura verso l’esterno ma un lasciapassare al mondo attiguo in una intimità di relazioni e di emozioni dove i pianerottoli venivano addobbati con piante, quadri, tavolini e sedie quasi a volere evidenziare quella continuità con il mondo circostante che trovava la massima espressione in un territorio comune dove non c’era il mio o il tuo ma dove si lasciava spazio al nostro. Ed ancora oggi, capita spesso che durante la notte, nei miei sogni riveda loro, i miei vecchi vicini e le nostre chiacchierate sui pianerottoli e dove le pietanze portate in giro tra gli ascensori e le scale rappresentano un modo conviviale di relazioni che si trasformano in emozioni. E così, anche dalla mia casa di Milano, quasi a volere emulare qualcosa che mi appartiene di diritto, quando preparo qualcosa di sfizioso suono ai miei vicini e con un sorriso caldo ed accogliente tendo le mani in ricordo di quella comunione fraterna che mi è rimasta nel cuore.

Difficoltà

Facile

Dosi Per

8 Persone

Preparazione

1 Ora

Cottura

Fino a 3 Ore

Lista ingredienti

200 gr di grano tenero

Sale q.b.

600 gr. di ricotta di pecora

260 gr. zucchero semolato

90 gr di gocce di cioccolato fondente

Cannella in polvere q.b.

8 Ciliegie candite

7 scorzette di arancia

Un quadretto di cioccolato fondente

Granella di pistacchio

Procedimento

1

Mettiamo il grano in ammollo per tre giorni, cambiando l’acqua ogni 24 ore. Versiamolo dentro ad una grande pentola, aggiungiamo tanta acqua e cuociamolo da una a tre ore (dipenderà dalla qualità del grano) fino a quando non risulterà morbido. Scoliamolo e lasciamolo raffreddare.

2

In un contenitore versiamo la ricotta, aggiungiamo lo zucchero, mescoliamo bene e setacciamola un paio di volte. Aggiungiamo il grano cotto ormai freddo, le gocce di cioccolato, la zucca candita e mescoliamo per bene.

3

Versiamo il composto dentro ad un piatto e con l’aiuto di una spatola diamo una forma bombata. Aggiungiamo le ciliegie candite, le scorze di arance candite, spolveriamo con del cioccolato grattugiato (usiamo una grattugia per julienne), della cannella ed infine cospargiamo la base di granella di pistacchio. Disponiamo in frigorifero fino a quando non la consumeremo.

Utile da sapere!

Per accorciare i tempi di cottura potremo utilizzare una pentola a pressione.


Commenti (6)
  1. Ma che ci fai a Milano? Vieni a Roma!
    1° è più vicina alla Sicilia
    2° non c’è la nebbia
    3° potresti avere una vicina come me…… siciliana doc, con tanta voglia di imparare e condividere (non fantasticare potrei essere tua madre per età)
    Adesso ciao vado a comprare la ricotta e il grano anche se ne abbiamo già 14
    Buona giornata

    1. Ciao Maria e buona giornata anche a te… Sai che a Milano la nebbia non c’è quasi più? Ahahahahhaah!!! Grazie comunque per seguire il blog. Un abbraccio. Patrizio

  2. Io la faccio o salata con sale e olio oppure dolce con il vino cotto oppure con crema semplice e sono dalla Sicilia orientale vicino Ragusa

    1. Ciao Margherita e benvenuta. Sai cosa amo della Sicilia? Che abbiamo tradizioni diverse ma che al contempo si accomunano tutte perché figlie della stessa terra. Conosco quelle versioni e sono effettivamente molto buone. Un abbraccio. Patrizio

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